Gianni Cipriani e Antonio Cipriani hanno rescisso il contratto e hanno lasciato la direzione di E Polis. Il saluto di tutti gli editorialisti
Gli articoli scritti su E Polis dagli editorialisti al momento del congedo dal giornale diretto da Antonio e Gianni Cipriani

 

Non è importante solo quello che si scrive, ma anche dove lo si scrive. Ad esempio. “Beati i poveri”, scritto nel Vangelo, suona piuttosto profondo. Sul Sole-24 Ore, giornale di Confindustria, alimenterebbe il sospetto di un presa per i fondelli. Sull’Osservatore Romano, ahinoi, la scarsa credibilità ci sembra ugualmente aleggiare, eppure in tanti non se ne accorgono.
“Berlusconi è scomodo” ha un significato preciso se lo scrive Sandro Bondi sul Giornale. Ha tutt’altro significato se lo scrive su Sorrisi e Canzoni – sempre ammesso che sappia scrivere – una delle signorine che sedeva sulle ginocchia del leader-latin lover nella famosa foto dell’incavolatura di Veronica.
“La Mafia è troppo forte”, scritto in una delle ultime lettere del generale Dalla Chiesa, suona come disperato presagio di sconfitta. Scritto nel diario di Giulio Andreotti, è inutile, via: tradisce una punta di malcelata ammirazione. E vi pare forse la stessa cosa sostenere che “ci sono troppi cinesi” sul Corriere di San Donnino o, di contro, sulla Gazzetta di Shangai? In un caso, si dirà: contenere l’immigrazione! Nell’altro: blindare i preservativi! “Con la sinistra è meglio” è frase dalla valenza politica se campeggia in un manifesto elettorale, dal valore pratico se la si rinviene in un manuale di autoerotismo.
Tutto questo per dire che non basta avere la possibilità – fin qui mantenuta – di continuare a scrivere su un giornale ciò che si era scritto in precedenza per sentirsi tutelati nella propria libertà di espressione. Tutto questo per dire che il contesto fa la differenza. Che il pulpito fa la predica. Che Il Firenze, così come è venuto fuori dal riassetto proprietario, e dopo le esternazioni del nuovo editore alla Convention berlusconiana di Montecatini, non ha più molto a che fare con Il Firenze col quale, nell’estate del 2006, avevamo cominciato la nostra collaborazione. Per dire che, così come è oggi, e come soprattutto, con ogni probabilità, sarà domani, senza più la garanzia politica della direzione dei fratelli Cipriani, questo “contesto”, questo “pulpito” non ci piacciono. Per dire insomma che quello di oggi è il nostro ultimo articolo su Il Firenze, e salutare i lettori.
Comunque, a tutti, l’augurio di un buon 2008 (che, scritto su Il Firenze di prima voleva dire una cosa, e scritto su questo rischia da ora in poi di volerne dire un’altra

Alberto Severi

Piccoli, grandi messaggi lasciati in un bar 
Key West è l’ultima delle isolette che si allungano come un pontile dalla Florida verso Cuba. Più vicina a l’Avana che a Miami è una specie di circo turistico dove si va per i tramonti, per misurare la distanza dall’altro mondo, per bere nei bar dove una volta si fermava Hemingway e che adesso si contendono visitatori a colpi di sosia (dello scrittore) e feroci battaglie pubblicitarie. Eppure uno di quei bar vince la sfida della curiosità per un dettaglio: le sue pareti sono interamente tappezzate da biglietti. Per lo più da visita ma anche semplici pezzi di carta con su scritte due parole e un nome. A centinaia ricoprono tutti i muri, attaccati con le puntine, il nastro adesivo, incollati in qualche modo. Da lontano niente di più di una maniera singolare di arredare il locale, da vicino si potrebbe stare ore a fantasticare sul commesso viaggiatore di aspirapolveri del New Jersey che sta accanto al broker di Chicago, a fianco il titolare di una ditta di trattori del Connecticut, quasi sovrapposto alla professoressa di un college dello Iowa, tutti passati lì almeno una volta, tutti che si sono fermati almeno un minuto. Chissà cosa pensavano, se erano tristi o allegri, se sono entrati soli e usciti insieme o il contrario e perchè hanno voluto lasciare una traccia. Biglietti in un bar. Giornale in un bar come quello che state leggendo. In questi ultimi giorni dell’anno ho pensato al piccolo caffè del quartiere romano dove qualche volta passo a prenderne una copia, ho immaginato le migliaia di piccoli e grandi posti dove mani casuali o affezionate hanno aperto questi fogli, ho riletto le mail che ho ricevuto, gli sms arrabbiati dei lettori pubblicati ogni giorno su qualunque argomento, specialmente il governo e le cose che non vanno. Che grande idea e che strumento potente questo di lasciare l’informazione gratis sul bancone di un bar, perchè tutti la possano leggere e commentare. Aggiungo che ancora più grande è stato il modo di guidare questa esperienza un po’ visionaria un po’ corsara. Si poteva alzare il volume, gridare, argomentare sommariamente, fomentare passioni, tanto siamo nei bar e invece, liberi noi di scrivere ma sempre sulla rotta del ragionamento, provando a spiegare che le cose sono molto spesso più complicate di uno slogan o di una dichiarazione in tv.
Ora ci sono gli auguri per il nuovo anno, a questo giornale, a chi resta e a chi, come me, saluta. Ma soprattutto a chi legge oggi e leggerà domani, l’augurio di non fermarsi mai alla prima opinione, nemmeno se offerta gratis al bancone. Quanto ai biglietti che ho scritto in questi mesi, un po’ come gli avventori di Key West, sono stati messaggi lasciati per provare a capirsi. Qualche volta succede, anche nei bar.
Angelo Figorilli scriviabiglietti@gmail

Il successo? Ha un alto prezzo

Musicisti, artisti, giornali e chissà quante altre cose ancora hanno di sicuro un punto un comune. Se sono originali e hanno successo, inevitabilmente qualcuno (“il mercato” come si suol dire) cercherà di accaparrarseli per trasformarli in una macchina da soldi. Cercherà e, alla fine, quasi sempre riuscirà. Ricordate la vecchietta dei film che non vuole vendere a nessun costo la sua casa al magnate di turno? E tanto fa che alla fine la spunta, nonostante le minacce e i soprusi? Beh è proprio questa la differenza tra un film e la vita di tutti i giorni, dove invece il potente vince sempre. Oggi per un musicista rock, un cantante lirico, un direttore d’orchestra o un gruppo underground, resistere alle sirene o ai ricatti delle grandi compagnie discografiche o delle grandi agenzie è difficilissimo, forse impossibile. Trasformarsi in gallina dalle uova d’oro, oppure vivere ai margini, o addirittura sparire. Arrivano gli esperti del marketing ti dicono come vestire, come pettinarti, cosa cantare o cosa dirigere, cosa dire e cosa non dire a chi ti intervista. E la tua musica, la tua immagine, la tua identità vengono trasformate e vendute in un formato tutto nuovo e luccicante. I fans della prim’ora inorridiscono, ma per mille che si disgustano altri centomila sono già in fila per l’acquisto pilotato. È così che funziona quasi sempre. Ed è così che funziona anche questa volta con questo giornale il cui destino, annunciato pubblicamente dai nuovi proprietari, è quello di diventare un organo di stampa al servizio di qualcuno, ossia l’antitesi stessa di ciò che esso è stato magnificamente per oltre un anno. Figuriamoci se Blue Martini, che non ha mai nascosto una certa sua vena fustigatrice, accettava di stare a questo gioco. Certo che no. Per cui ci salutiamo qui, con la speranza che chi ha speso qualche minuto del suo tempo su questo rettangolino di carta non l’abbia speso inutilmente. C’è però un’ultima cosa. Attualmente le porte di Bologna in corso di restauro sono avvolte da strutture piuttosto eleganti, che riproducono tinte tenui e poco invasive la porta che vi è racchiusa. Poi un giorno ho visto le facce dei cantanti... Beh, spero di non conoscere mai l’ideatore di questa trovata, per non dovergli dire che cosa ne penso. Felice 2008!

Giordano Montecchi



L’Italia Liberata ovvero il mio Paese inventato

Sono stufo del gioco al massacro sulla battuta di Berlusconi sulla Rai dove, dice l’ex Premier, entrano solo “prostitute o gente di sinistra”. Se lo dice lui che negli anni del suo governo c’ha imposto un bel mazzo di Alti Dirigenti, qualche cosa di vero ci sarà. Chi è veramente di sinistra o chi di sinistra non lo è per nulla è abbastanza noto. E’ altrettanto noto che per Berlusconi, anche la Binetti è di sinistra. Altrettanto noto che oggi, il concetto di meretricio è declinato al femminile soltanto per prevenzione maschilista. Dato per vero il postulato berlusconiano, ciò che logicamente ne deriva rende impropria la querela annunciata da alcuni sindacati. Quelli realmente offesi da Berlusconi, li offendo anch’io. Puttani.
Oggi niente “Vento dell’est”, niente Kosovo o Kurdistan o altri bordelli. Oggi, anch’io natalizio a casa, d’Italia vorrei parlarvi. Anche qui “Fischia il vento e infuria la bufera”. Oggi, al posto delle scarpe, di rotte abbiamo altre parti più intime, “eppur bisogna andar”. Avanti, verso la fine dell’anno e di questa esperienza giornalistica assieme a “fCd” (fratelli Cipriani direttori), che qualche novità e speranza ce l’hanno data. Fine dell’episodio ma non della storia. Ai tempi di “Fischia il vento”, si sarebbe parlato di singola battaglia rispetto all’insieme della guerra. Costretto tra il natalizio e l’augurale, di guerre oggi non parlo.
Vi racconto del mio mondo angelicato (sogno natalizio). Per dirla alla Litizzetto, sogno che dall’Italia non fuggano più i cervelli ma soltanto “le teste di cazzo”. Ridotti ad un Paese di popolazione antartica, potremmo forse iniziare a trovare qualche editore “puro”, per esempio. Che poi è soltanto il modo assurdo per definire uno che stampa giornali per riempire le proprie tasche. Meglio il vecchio “Sciur parun delle belle braghe bianche” di chi i giornali se li compra con la pubblicità, per prenderci per i fondelli. Attenti che, se anche apparentemente gratis, quelle pagine le pagheremo con un pezzettino di conoscenza e quindi di libertà.
Nell’Italia Liberata (alla Litizzetto), sogno una televisione che certe intercettazioni telefoniche ce le propone solo nella fiction. Un Servizio Pubblico impietosamente meritocratico. “Io sono amico di..”. “Fuori!”. Migliaia di posti di lavoro disponibili. Sogno un mondo politico che parli in Parlamento e non in televisione. Sogno Leader che esprimano contenuti e non slogan. Sogno le notizie che entrino nell’intrattenimento e non lo show che entra nei telegiornali. Sogno una vecchia classe dirigente che se ne vada a quel paese. Nel frattempo, prendo penna e me ne vado io. Grazie d’avermi letto qualche volta, prima di farmi incartare l’insalata.

Ennio Remondino


Ma la bontà è roba d’altri tempi?
Vladimir Putin uomo dell’anno 2007. Così secondo il settimanale Time e la notizia non è una di quelle che può passare inosservata. Senza entrare nel merito dell’incoronazione basta ricordare che, nel neanche tanto lontano 1938, il prescelto fu un certo Adolf Hitler. Di lui si sarebbe sentito parlare molto, e male, negli anni successivi ma questo non ha minimamente influenzato l’austera testata.
D’altronde chi ha in mente un’alternativa valida, un “buono”, si faccia avanti. In nome dell’inguaribile provincialismo cerchiamo uno dei nostri, magari anche della Roma che tanto amiamo. Non è facile trovare personaggi che siano all’altezza dei “buoni” veri, quelli raccontati mirabilmente da Frank Capra ne “La vita è meravigliosa”, il film natalizio per eccellenza, che ogni volta strappa una lacrima di commozione. Vicenda scivolosa quella raccontata da Capra se riportata ai giorni nostri perché è storia di costruzioni, di case, di speculazioni, di finanzieri spregiudicati, in poche parole tocca quell’ universo ambiguo ed incerto che i romani chiamano i “palazzinari”. Tanto per capirsi chi è il cattivo (che ironia della sorte si chiama Harry Potter)? Buttiamo lì qualche ipotesi: Berlusconi, Caltagirone o qualche rappresentante di quella “casta”, la classe politica, che nel 2007 è stata perennemente sul banco degli imputati.
O magari è vero esattamente l’opposto. Nel film il massimo dell’utopia di Capra si raggiunge quando il protagonista (James Stewart) inaugura il villaggio Bailey, una casa dignitosa nell’America che costruisce il suo sogno: Berlusconi e Dell’Utri con Milano 2 allora?
Il fatto che un film memorabile come “La vita è meravigliosa” possa ancora adattarsi ai nostri tristi tempi la dice lunga sulla grandezza del regista e sull’eternità dei comportamenti e, conseguentemente, dei vizi. L’avidità, la menzogna, ma anche la buona coscienza e il coraggio delle proprie scelte fanno parte, da sempre, del nostro vivere quotidiano. Pensieri natalizi nel giorno che dovrebbe essere ricordato come il 60° anniversario della nostra Costituzione. Ecco, potrebbe essere una buona idea, per il 2007 l’Italia proponga la sua Costituzione, che in molti vorrebbero stracciare in nome di non si sa cosa, concetti astratti come “popolo”. Concetto tanto confuso quello di popolo che qualcuno lo declina in “pubblico”, nel senso di telespettatori. Non aggiungo altro.
Fabrizio Berruti

Il sapore frizzante della libertà

Questa è la mia ultima nota su EPolis Milano. Come altri collaboratori, anch’io ringrazio e me ne vado. Ho seguito le vicende di questa testata dall’inizio. Conosco da tempo Antonio e Gianni Cipriani. Da quando lavoravano all’Unità. Successivamente ebbi il piacere di una qualche loro saltuaria collaborazione quando dirigevo il settimanale Rinascita. Una stima incrementata, poi, in corso d’opera, durante la straordinaria avventura di EPolis. Come definire altrimenti un quotidiano che, in poche settimane, si posiziona come tiratura fra quelli che superano – e di molto – le 500mila copie? Sì, il merito è anche dell’editore, che però è cambiato. Ma è specialmente del direttore. Qui, poi, ne abbiamo due: direttore e condirettore. EPolis è diventato un caso editoriale e giornalistico. Un esperimento coronato dal successo. Un quotidiano vero, non la somma di qualche decina di dispacci d’agenzia. Il tentativo di dare al nostro Paese un prodotto giornalistico che non c’era mai stato prima: un periodico popolare ma non plebeo. Semplice ma non semplicistico. Da leggere sul tram ma non riducibile al gossip. Progressista ma non settario, aperto cioè a molte voci anche discordi. Mai qualcuno mi ha detto: no, questa cosa è meglio che tu non la scriva. Tutt’altro. I pochissimi inviti che ho ricevuto suonavano sempre allo stesso modo: avanti così, scrivi ciò che vuoi, racconta ciò che pensi. Di questi tempi c’è da leccarsi i baffi. Tempi pessimi, in cui scrivere su un giornale – su carta o in video, è lo stesso – somiglia sempre più a iscriversi a un partito. E spesso leggerlo somiglia a votarlo. Tant’è vero – pensiamoci – che quando compri un quotidiano, sai già più o meno cosa c’è scritto. Per non parlare dei tg, che sono oggi imprevedibili ed emozionanti come la televendita di divani. E allora il problema dov’è? Il problema è che se ne vanno Antonio e Gianni, gli inventori di EPolis, la cui proprietà da qualche mese è cambiata. Buon lavoro a chi prenderà il loro posto e a tutti i bravissimi giornalisti di questa testata. So qual è il mio posto, per rendere coerente l’adesione incondizionata al frizzante messaggio di libertà dei due fratelli Cipriani: è nella condivisione della loro scelta. Auguri al nostro Paese per una stampa libera in cui per scrivere, e per leggere, non bisogna mai dire: signorsì. Un grazie a tutti voi, carissime lettrici e lettori. Buon anno!

Gianfranco Pagliarulo

 

Sono usciti i dati relativi all’anno in corso su export, salari e inflazione, dati ottimi per il paese meno per i lavoratori, export +12%, inflazione +2,4% salari +2%. L’Italia è diventato il secondo esportatore d’Europa, avanti a Gran Bretagna e Francia, secondo solo alla grande Germania. L’aumento insufficiente dei salari è la cattiva notizia che spiega il malessere crescente delle famiglie, il calo dei consumi e della domanda interna. Questo capita quando l’aumento monetario dei salari è assai inferiore all’aumento monetario della torta nazionale, il Pil. Quest’ultimo è aumentato dell’1,8% in volume, cioè a prezzi costanti e del 2,4% per aumento dei prezzi, cioè è aumentata in moneta del 4,2%. Se i salari sono aumentati solo del 2,4% è chiaro che tutto l’aumento della torta è andata a profitti e rendite. Quando il sig. Montezemolo, ripete che “aumenti salariali possono aversi solo a fronte di forti recuperi di produttività e maggiore flessibilità” sbaglia. Gli studi più attenti hanno mostrato che la crescita bassa di produttività deriva soprattutto dagli eccessi di precarietà del lavoro dei giovani. Quando si sostituisce un cinquantenne con due giovani sottopagati, la produzione per testa o produttività si dimezza, ma il costo per unità di prodotto No. Esiste poi una prova oggettiva, i profitti che da molti anni crescono a ritmi 4 volte superiori a quelli dei salari, come tutte le indagini, a cominciare da quelle Mediobanca, mostrano. Da anni la ripartizione dei frutti della produzione e della produttività è così iniqua da nuocere all’intera economia. Come diceva il compianto pro.Sylos Labini “profitti troppo bassi nuocciono all’economia allo stesso modo dei profitti molto alti”. Si finisca quindi di pretendere salari di fame al passo con l’inflazione e profitti a velocità 4 volte superiore.
Infine, ma non per ultimo vorrei ringraziare il direttore Antonio Cipriani e il vice Gianni con cui ho collaborato nella più assoluta libertà di espressione, che so lasceranno con l’anno nuovo. Chiedo anch’io un periodo di riflessione per “aspettare e vedere” se la libertà di penna sinora garantita e la “direzione di penna” sinora condivisa, resteranno patrimonio di questo giornale. Cosa che auguro di cuore alle centinaia di giovani e bravi giornalisti che partecipano a quest’avventura, di cui la cosa più bella, per me, è stato vedere la mattina decine di giovani ed immigrati leggere un giornale, come mai prima.

Nicola Cacace


Natale: un augurio e un saluto.

Tra le tante cose che sorprendono gli stranieri è l’estrema sensibilità degli Italiani a quanto dicono di loro i giornali degli altri paesi. Qualsiasi articolo sull’Italia pubblicato dal “prestigioso Le Monde” o dall’”autorevole The Economist” suscita accaniti dibattiti, come se si trattasse della verità rivelata e non di una delle tanti analisi possibili. Così è stato anche per i recenti interventi usciti sul New York Times e sul Times di Londra, che descrivono il nostro paese come stagnante, vecchio e infelice. Abbiamo sicuramente i nostri problemi: un sistema politico inefficiente e ipertrofico che soffoca le energie creative del paese; una criminalità organizzata che tiene tragicamente in scacco milioni di persone; una popolazione povera di giovani, linfa vitale di ogni società. Ma non mancano gli aspetti positivi: un tessuto sociale che bene o male ancora regge senza le lacerazioni estreme che esplodono – ad esempio - nelle periferie francesi, un sistema scolastico che nonostante i molti limiti resta nettamente migliore – credetemi, è così – di quello degli Stati Uniti; un’economia che negli ultimi anni ha saputo non soltanto conservare, ma aumentare significativamente la sua quota di esportazioni sul totale mondiale; e poi moltissimi casi di eccellenza nella tecnologia, nell’arte, nella cultura… Certo, per focalizzarsi su questi importanti segnali di vitalità serve ottimismo, il famoso “ottimismo della volontà” teorizzato da Antonio Gramsci come complemento indispensabile del “pessimismo della ragione”. Ma è proprio su questa nota di ottimismo intenzionale che mi preme di chiudere – con questo articolo - la mia collaborazione con Epolis. Una scelta che mi dispiace fare, ma che sento doverosa, da quando il nuovo editore che mesi fa acquistato la testata, ha pubblicamente affermato di voler utilizzare “Epolis” come strumento di comunicazione dei “circoli del Buon governo” organizzati da Marcello dell’Utri a sostegno dello schieramento politico di Silvio Berlusconi. Non trovo giusto partecipare a una nuova stagione di cui non condivido minimamente lo spirito. Anche la direzione del giornale è destinata a cambiare, ed era con questa direzione che io avevo un rapporto fiduciario a garanzia di una piena indipendenza di espressione. Ai lettori, dunque, un grazie di cuore per la loro attenzione e tanti auguri: di Buon Natale, e di un 2008 con tante ragioni di ottimismo in più.

Oliviero Bergamini



Il futuro ai cancelli della Sabiem

Con l’articolo di oggi finisce la mia collaborazione settimanale al quotidiano E Polis nella sua edizione bolognese. Essa era infatti legata alla firma del giornale da parte di Antonio e Gianni Cipriani che cesserà con la fine del 2007.
Per me è stata un’esperienza importante della quale sono grato ad Antonio e Gianni per averla resa possibile. Spero che anche i lettori possano dire altrettanto.
Dedico questo commento agli operai della SABIEM che si battono per la difesa della loro azienda. E’ una battaglia per il lavoro che sta assumendo un significato emblematico, più generale, di impegno perché il patrimonio industriale storico della nostra città non vada disperso.
Sono ormai numerose le fabbriche che hanno legato il loro nome a Bologna le quali o hanno dovuto chiudere, come Fochi e Casaralta, o che si trovano in gravi difficoltà, come la SABIEM e la Cartiera Burgo di Marzabotto. Molte altre si sono trovate sull’orlo della crisi (Magneti Marelli, SASIB) ma in un qualche modo si è riusciti a salvarle.
Viviamo in un mondo di grandi cambiamenti ed è chiaro che qualcosa dovrà cambiare anche nel mondo dell’industria. Ma dalla lotta della SABIEM viene un monito che vale per tutti: senza il lavoro e la produzione di beni materiali tutta la società si impoverisce. Il futuro sta anche ai cancelli di quella fabbrica, e sarebbe un errore grave non tenerne conto.
Non potremo più competere sui costi con i prodotti a basso contenuto tecnologico che vengono fabbricati in Cina o in India, oppure che le imprese italiane fanno produrre nei Paesi dell’Est. Ma dovremo invece competere sulla qualità dei prodotti e sull’innovazione, ed è lì che il nostro distretto industriale prevalentemente meccanico può ancora dare tante prove positive.
Il pensiero va alla Ducati Motor, e all’impresa davvero straordinaria di una piccola azienda, a confronto con i colossi della Honda e della Yamaha, che riesce tuttavia a tener loro testa vincendo addirittura il motomondiale. L’esempio è questo, e i risultati si ottengono se si investe in ricerca e risorse umane, e se gli imprenditori ricominceranno a pensare più all’industria che alla rendita immobiliare.

Walter Vitali


Il dovere di essere coerenti
Oggi termino la mia collaborazione con Il Napoli. Ci avevo creduto: l’idea geniale di un giornale gratuito di qualità, capace con pochi mezzi di costituire una valida alternativa ad una grande stampa tanto ricca quanto conformista e povera di contenuti, mi era sembrata uno stimolo importante ed una sfida che valeva la pena di tentare. Sembrava anche che stessimo per farcela: il giornale era ben fatto e i lettori se ne sono accorti, nonostante il boicottaggio dell’industria editoriale e l’embargo mediatico che l’ha circondato. Poi, improvvisamente, la crisi di questa estate e la vendita del pacchetto di maggioranza a un editore che ha annunciato di volerlo trasformare nell’house organ dei “circoli della libertà”, o come caspita si chiameranno le strutture locali del partito azienda di proprietà dell’on. Berlusconi. In questi mesi mi è stato ancora possibile scrivere perché la direzione editoriale ha garantito ai suoi collaboratori la più assoluta libertà di espressione. Ora però il direttore Antonio Cipriani e il vicedirettore Gianni Cipriani annunciano le dimissioni e, col passaggio di consegne, verrà meno per me la condizione irrinunciabile per continuare: la sicurezza di poter dire quello che penso, senza compromessi e senza censure. Ma non è solo questo, perché comunque mi troverei troppo male in un giornale amico del partito di Berlusconi. Prima ancora della linea politica, è addirittura una questione di sensibilità: io preferisco gli intercity di seconda classe all’alta velocità di prima classe, mi trovo meglio sulla spiaggia di Torregaveta piuttosto che alle Maldive o alle Seychelles, i venditori di merci contraffatte mi stanno più simpatici degli eleganti bottegai del centro. Non so che farci ma detesto i ricchi, e anche quelli che sognano di diventarlo, e considero gli imprenditori poco meno che sfruttatori del lavoro altrui. Che cosa potrei avere allora in comune con Berlusconi e il suo partito costruito sulla difesa dei privilegi e i sogni consumisti della pubblicità? Se l’unica libertà che non sono disposto a difendere è quella più cara alla nostra destra: la libertà di arricchirsi, la libertà di sfruttare, la libertà di evadere il fisco. Occorre essere coerenti, così oggi prendo commiato dai miei lettori sperando di poterci un giorno rincontrare altrove. Intanto auguro buon anno a tutti.
Nicola Quatrano E mail nicola.quatrano@ossin.org

Il coraggio di dire addio a chi si è amato

La categoria dell’“ultima volta” è sfuggente e spesso definibile solo a posteriori. Con l’eccezione degli abbandoni decisi e che si ha la determinazione di non contraddire. Perché anche gli abbandoni stabiliti possono essere dolorosi, sebbene necessari. La riluttanza rallenta lo strappo alla ricerca di una ragione per rimanere. Proprio come verso una persona che un tempo abbiamo amato, ci si ostina nel cercare le tracce di quell’amore offeso e tradito. Ma chi ci sta davanti si è spogliato di quella eccezionalità che sosteneva la nostra passione; è volgare e banale; ha uno sguardo servile e se l’incontrassimo oggi per la prima volta non lo degneremmo di uno sguardo. “Sei diventato un altro”, si dice a suggellare l’irrevocabilità della scelta. E la sua inevitabilità. L’abbandono è compiuto anche per non intaccare i nostri ricordi, oltre che per prendere le distanze da chi ormai disprezziamo. Può volerci del tempo per convincersi della irrimediabile estraneità. Quando accade si fatica a ricordare l’affinità di un tempo.
Gli amori e gli abbandoni non si consumano soltanto tra le persone. Anche verso una idea o verso un giornale - che a ben guardare è fatto di persone. E se le persone cambiano, cambia anche il giornale. E se il giornale viene ridotto a un bollettino informativo di qualcuno o di qualcosa, l’amore muta in sospetto e disincanto; infine nella dissociazione.
Dall’estate passata questo giornale è “diventato un altro”; il timore ha lasciato il posto all’amarezza e poi alla brutale consapevolezza della mia estraneità. Oggi, a malincuore, è l’ultima volta che scrivo per E Polis.

Chiara Lalli


Bastiancontrario

Come diceva la canzone ? “Non gioco più me ne vado. Non gioco più, davvero “.E’ stato bello scrivere su Epolis, su Il Firenze. Tanto bello che, se ci ripenso, non sembra neanche vero. In tempi così bui per la libertà di stampa, nel mondo, ma anche qui a casa nostra , dove con una buona dose di eufemismo si può parlare di un dilagante conformismo e dove molti giornalisti, più che cani da guardia della democrazia, sembrano cani da salotto, qui si è sparigliato. Tanti nomi, tante voci, assolutamente libere di parlare e sparlare, di pensare e forse anche di farneticare, su quindici giornali diventati, tutti insieme, in terzo (per qualcuno il quinto) giornale italiano. Quindi non è vero che il palato del pubblico è ormai assuefatto all’informazione geneticamente modificata. Tutto merito di Antonio e Gianni Cipriani, due colleghi che non hanno scordato le vecchie lezioni sul giornalismo indipendente, dopo decenni di inchieste scomode sui misteri italiani, dalle stragi in giù.
Non posso non essere loro grato per questa bella avventura così libertaria e liberatrice.
Che ,purtroppo, è finita il 10 novembre scorso, quando il nuovo editore, Alberto Rigotti , ha spiegato alla Convention di Montecatini che , con Marcello, avevano pensato di dotare i Circoli del Buongoverno di “ uno strumento di informazione “ e che quello strumento era proprio Epolis. Marcello è Marcello dell’Utri, senatore di Forza Italia ,noto come leader di Publitalia, collezionista di libri e anche per qualche vicenda giudiziaria.
Non c’è bisogno di spendere molte parole per spiegare perché un Bastiancontrario non può continuare a scrivere per l’organo del movimento di dell’Utri.Anche se si promette “ un prodotto libero, aperto a tutte le posizioni e rivolto a un lettore libero “.Si vedrà. Me ne vado con Antonio, Gianni e molti opinionisti e redattori. Facendo gli auguri a chi resta.
Spero che i Fratelli Cipriani ci riprovino e trovino un editore che voglia provare con loro a fare utili anche vendendo merce (cioè notizie, idee) non contraffatta. Comunque grazie. Finché è durato , è stato bello davvero.
Addio anche a coloro che hanno partecipato al gioco leggendo e commentando . Anche a chi ha protestato contro certi eccessi di franchezza . A loro resta il compito di valutare il giornale che verrà. Addio. Come diceva quella canzone ? Ah, “Non gioco più, lascia stare
“.

Stefano Marcelli


 

Pezzo due volte speciale. La prima è perché parte dal Natale. Quest’anno alla messa di mezzanotte mi è tornato in mente il bel vecchio film di Frank Capra, La vita è meravigliosa, visto da ragazzo e poi in Tv. É la storia di un giovanotto che disperato maledice il giorno in cui è nato, ma poi trova un angelo in forma di vecchietto che gli dice che la sua maledizione è stata esaudita lui non è mai esistito! ma gli fa vedere quanto male ha portato a tanti il fatto che lui non è mai nato...Ecco: cosa sarebbe l’uomo, cosa saremmo tutti noi se Cristo non fosse nato, se Dio non esistesse, se la vita fosse solo quella che vediamo con gli occhi, tocchiamo con le mani, calpestiamo con i nostri piedi? Tutto sarebbe una passione inutile (Jean Paul Sartre), tutti saremmo condannati a una fine senza scampo, ogni gioia sarebbe fragile e vana, difendersi da tutto contro tutti la legge della giungla, ove i più forti prevalgono fino a quando arriva uno più forte di loro sarebbe l’unico criterio valido, a catena e senza fine, salvo la fine di tutto scandita dalle leggi di natura per cui ogni energia è sospesa sul vuoto del nulla Amare? E perché, se l’amore è sempre anche soffrire per gli altri? Fare del bene? E a che scopo, se ogni cosa è senza scopo? E l’uomo e lo intuirono tanti grandi, da Buddha per il quale il senso della vita è compassione pura a Leopardi nel suo Canto Notturno di un pastore errante che invidia l’incoscienza degli animali e maledice il tedio della vita sarebbe solo una vittima del ciclo impassibile della natura senza logica comprensibile e senza speranza per tutti. Ecco: il Natale ci dice che invece per tutti gli uomini, anche per quelli che non conoscono la luce di Cristo, ma vivono nel bene realizzando il diritto e la giustizia questo è l’annuncio cristiano da sempre la vita è un primo tempo, la morte non è l’ultima parola e c’è una salvezza possibile. Privilegio e responsabilità dei cristiani veri è la grazia di sapere il nome della salvezza e speranza eterna per tutti i giusti: Gesù di Nazaret, nato a Betlemme di Giudea, crocifisso e risorto. Perciò Buon Natale in ritardo e Buon Anno in anticipo! Ed ecco la seconda specialità di questo articolo: è il mio ultimo per Epolis. Leggo da tempo, e sento dire che cambia proprietà e direzione. Fui invitato a scrivere dalla vecchia direzione, e so che poi anche l’azionista principale mi aveva segnalato, in aggiunta. Un giornale non è un taxi, in cui l’autista cambia sempre. In un viaggio umanamente e degnamente vero conta anche la guida. Perciò sento che debbo scendere. Un saluto e un augurio, con la mia e.mail per chi volesse continuare il discorso: giovanni.gennari@fastwebnet.it

GIOVANNI GENNARI, teologo e giornalista.

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