di Gigi Marcucci


Un riferimento criptico, quasi un messaggio in codice, celato nella liturgia brigatista dei comunicati e delle rivendicazioni, nel linguaggio più astruso che astratto dei nuovi terroristi. Il documento è uno di quelli scritti in cella da Nadia Desdemona Lioce,considerata il capo delle Br-pcc, pochi giorni dopo gli arresti di altri quattro brigatisti avvenuto nell’ottobre del 2003. Il testo esalta «la resistenza irakena», indica nella riforma federalista e in chi la sta elaborando i nuovi bersagli del partito armato. Ma l’aspetto più interessante e inquietante del manoscritto è in un passaggio apparentemente ripetitivo, in cui la Lioce ripete, quasi come un disco rotto, che centrosinistra e centrodestra sono funzionali «agli interessi della borghesia imperialista».

L’occasione è offerta alla Lioce da un’uscita del presidente del Consiglio Berlusconi, che il 5 novembre 2003 propose di manifestare uniti contro il terrorismo nell’ambito di un’iniziativa promossa dai sindacati per il 19 dello stesso mese. Per la Lioce una simile mobilitazione «controrivoluzionaria» farebbe da sfondo all’ «apertura di un rapporto organico, anche a livello locale, tra funzionari sindacali e del ministero dell’Interno». Si tratta di poche righe, la cui portata non è sfuggita a un’analista attento come Gianni Cipriani, per molti anni giornalista de l’Unità, tutt’oggi collaboratore di questa testata, in periodi diversi consulente di tre commissioni parlamentari e autore di molti studi sull’eversione e i servizi segreti italiani. Il documento è citato in «Brigate rosse, la minaccia del nuovo terrorismo» (Sperling & Kupfer, pagine 354, 16 euro), il nuovo volume di Cipriani che proprio in questi giorni arriva in libreria. L’affermazione della Lioce, afferma l’autore, è apparentemente marginale, «tuttavia una notizia simile quella di rapporti tra sindacati e funzionari del Viminale non era certamente ricavabile neppure da un’attenta lettura dei giornali... Eppure in quelle due righe la Lioce aveva detto il vero, perché, soprattutto dopo l’omicidio D’Antona e le successive minacce ai sindacalisti, tra Cgil, Cisl, Uil e funzionari del ministero dell’interno e non solo c’era stata una serie di contatti assolutamente riservati».

Cipriani si chiede se «la Lioce avesse potuto attingere, direttamente o indirettamente, a informazioni che nel sindacato confederale circolavano solo in ambienti ristretti». Siccome «a livello locale» le Br potevano contare su una presenza sul territorio solo a Roma, Pisa e Firenze, Cipriani si dice convinto che l’orecchio del partito armato possa essere stato solo romano o toscano, «senza terze ipotesi».

L’autore mette a fuoco un capitolo poco conosciuto della lotta al terrorismo nazionale. Non solo le Br non hanno mai visto nel sindacato un possibile fiancheggiatore (tesi cara ai settori più oltranzisti della maggioranza di governo), ma in un documento ufficiale lo indicano come pericoloso alleato di un’istituzione - il Viminale - che ha il compito di combattere il nuovo terrorismo. Dunque le tre confederazioni sono un nemico di cui bisogna conoscere le mosse, cosa che - secondo Cipriani - le Br potrebbero aver fatto attraverso talpe. La cosa non sorprende se, come fa nel suo libro Cipriani, si esaminano i rapporti tra le Br e i «nuclei», gruppi satellite che dai primi anni 90 hanno partecipato alla discussione clandestina sulla rifondazione del partito armato. Un settore di attività tanto importante da spingere l’organizzazione ad affidarlo a un responsabile - nella fattispecie Cinzia Banelli, impiegata al reparto radiologia dell’ospedale di Pisa - e a verbalizzare contatti e conclusioni.

Cipriani spiega che tra l’omicidio di Massimo D’Antona (20 maggio 1999) e quello di Marco Biagi (19 marzo 2002) le Br entrarono in contatto anche con un gruppo brigatista distinto dai vari «Nuclei» attivi dalla fine degli anni 90 e interessati alla formazione del «partito combattente». Un gruppo di cui si sa ancora pochissimo all’infuori di notizie frammentarie ricavate da un documento sequestrato dopo gli arresti del 2003. Si tratta degli «Organismi rivoluzionari combattenti», che proposero una loro adesione alla lotta armata attraverso un documento dal titolo «Ricostruendo...». Il tentativo unitario fu però bocciato dalla direzione strategica delle Br, perché la linea degli Orc era considerata - scrive Cipriani - «troppo protesa sulla difensiva e quindi inadeguata a sostenere lo scontro». Ma dalla controreplica degli Orc si ricava il profilo di un’organizzazione pronta a entrare in rapporto dialettico con la lotta armata. Un segnale, secondo l’autore, che è ancora difficile scrivere la parola fine al lungo capitolo della deriva terroristica della lotta armata.

L'Unità, 19 maggio 2004