di Antonio Smargiasse
 

A una presentazione dell’ultimo libro di Gianni Cipriani, Brigate Rosse. La minaccia del nuovo terrorismo (Sperling & Kupfer, 2004, 16 euro), Giancarlo Caselli ha ricordato un episodio che segnò in qualche modo il suo impegno durante gli «anni di piombo». Coinvolto dal generale Dalla Chiesa nella organizzazione delle cosiddette «aree omogenee» all’interno delle carceri, il magistrato torinese partecipò a un incontro con un gruppo di detenuti di Prima Linea che cominciavano a porsi in maniera problematica di fronte all’esperienza della lotta armata. Prese la parola uno dei leader storici dell’organizzazione, Roberto Rosso, dilungandosi per oltre mezz’ora in una analisi della fase sociale e politica in Italia. Tutto, rigorosamente, in un «brigatese» aggrovigliato fino alla impenetrabilità. Alla fine dell’intervento prese la parola un altro detenuto, che si rivolse a Caselli e con fare spiccio gli disse: «dottore, adesso capisce perché abbiamo perso?».

Si era negli anni ottanta, e questa cesura tra linguaggio e realtà rappresentava uno dei segni, forse il più evidente, della incapacità del cosiddetto «partito armato» di passare dalla fase della propaganda – che è evidentemente una fase di avanguardia – a quella del radicamento di classe della pratica combattente. Dieci anni di propaganda armata, dentro l’insubordinazione sociale di massa degli anni settanta – o almeno parallelamente ad essa, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle lotte di quartiere – non erano riusciti a deviare il conflitto di classe dal terreno della civiltà e della democrazia a quello della violenza diffusa. L’incespicare confuso e incomprensibile del «brigatese» (variante clandestina del «politichese») era il prezzo che le avanguardie armate pagavano alla loro incapacità di confrontarsi e comunicare con i movimenti di massa del nostro paese.

Il libro di Gianni Cipriani ci porta invece alla fine degli anni novanta. E offre una raffigurazione oltremodo efficace della distanza ormai siderale che separa la realtà italiana contemporanea dalla progettualità politica del partito armato (o di ciò che resta di esso). Perché le 350 pagine e passa del libro sono, in sostanza, una navigazione guidata dentro la produzione intellettuale, il termine non sembri improprio, dei nuovi strateghi del terrorismo nostrano. Risoluzioni strategiche, bollettini, corrispondenza, dibattiti processuali, volantini, iniziative editoriali di «aree fiancheggiatrici» (concetto utile e utilizzato, ma non del tutto felice, perché ognuno dovrebbe essere responsabile di ciò che fa egli stesso e non di quello che fanno gli altri): tutto viene analizzato con rigore scientifico, evitando strumentalità, forzature e moralismi. Una traduzione quasi, più che una interpretazione, che prende per mano il lettore e gli consente di orientarsi e di capire tattica e strategia dei neobrigatisti.

Il percorso è lungo e complesso: si parte dalla «frammentazione brigatista degli anni ottanta», si seguono le fasi della «ricostruzione» e della «riaggregazione», poi gli omicidi di D’Antona e Biagi, con il «dibattito rivoluzionario» e le «critiche al militarismo» che accompagnano queste e le altre azioni minori dei ritrovati gruppi di fuoco. E si finisce con la «strategia del partito armato» contro il sindacato e il movimento no-global (o new-global che si voglia dire) e con i lineamenti del «nuovo fronte brigatista».

Sciolto il groviglio e, con l’autore del libro, fuori finalmente da un labirinto di analisi e argomentazioni altrimenti quasi incomprensibili, non si può non tornare all’episodio citato da Caselli e chiedersi: “capito perché queste nuove brigate rosse non riescono in nessun modo ad allargare l’area del consenso intorno alla ripresa delle loro iniziative”? . A mo’ di esempio, vediamo due passaggi delle rivendicazioni degli omicidi D’Antona e Biagi. Nel comunicato del 20 maggio 1999 il consulente di Bassolino ucciso a Roma viene descritto come un «esponente di spicco dell’equilibrio politico dominante e del progetto affermatosi come centrale nel corrispondere agli interessi di governo dell’economia e del conflitto di classe della Borghesia Imperialista, ha costituito cerniera politico-operativa del rapporto tra esecutivo e sindacato confederale, un formulatore ed interprete della funzione politica del “Patto Sociale” e della sede neo-corporativa in dialettica con i caratteri storici della democrazia rappresentativa in Italia». A  proposito invece del giuslavorista bolognese ucciso il 19 marzo del 2002, nel documento di rivendicazione dell’omicidio, si traccia il profilo di un “ideatore e promotore delle linee e delle formulazioni legislative di un progetto di rimodellazione della regolazione dello sfruttamento del lavoro salariato, e di ridefinizione tanto delle relazioni neocorporative tra Esecutivo, Confindustria e Sindacato confederale, quanto della funzione della negoziazione neocorporativa in rapporto al nuovo modello di democrazia rappresentativa». L’impressione insomma, che la lettura del libro rende sempre più certezza, è che l’afasia del «neobrigatese» non indichi tanto una difficoltà di comunicazione, quanto una incapacità di comprensione della realtà. Sono incapaci di comunicare perché, oggi più di ieri, sono incapaci di comprendere la realtà che li circonda. A Gianni Cipriani, alla sua analisi quasi strutturalista dei testi delle Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente il merito di aver svelato con la sua analisi «scientifica» la pochezza di un’analisi mascherata appena dietro la rumorosità e l’astrusità del linguaggio.
 

Il Giornale di Sardegna 14 gennaio 2005